Ci sono eventi che si frequentano per mera “formazione” e altri che, quasi senza preavviso, ti costringono a ricalibrare il modo in cui guardi al tuo lavoro e alla società. Il Festival del New European Bauhaus (NEB) a Bruxelles, vissuto l’11 e 12 giugno 2026, rientra decisamente nella seconda categoria. È un’iniziativa che, almeno una volta nella vita, chiunque si occupi di progettazione, territorio e comunità dovrebbe frequentare.

Torno in Italia con un bagaglio prezioso, fatto di crescita professionale, emozioni inaspettate e qualche contraddizione su cui riflettere.

1. Uscire dalla bolla delle “solite” dinamiche

Per chi è abituato alle dinamiche progettuali e alle routine tecnico-burocratiche italiane, il NEB è uno shock culturale positivo. Ti dà la possibilità di immergerti in modalità di co-progettazione totalmente diverse. Ma la sorpresa non è stata solo dal punto di vista tecnico, ma anche da quello umano.

In un mondo in cui i destini della società sono in mano solo a pochi (oligarchia), il festival ti sbatte in faccia una realtà diversa. Esiste un universo di persone, non solo professionisti, legate all’aspetto puramente sociale e alla socialità che riveste un ruolo monumentale in questa transizione. Figure che non mettono timbri sui progetti, ma che costruiscono il collante umano necessario affinché quegli stessi progetti abbiano un senso in una società in continua evoluzione.

2. La bellezza struggente dell’inclusione (e l’impatto dell’arte)

Il festival ha toccato molte tematiche, alcune a tratti struggenti. Ha portato al centro del dibattito i temi legati alle persone e agli esseri viventi più fragili e all’inclusività reale; argomenti che, nello scenario quotidiano della progettazione, sono ancora drammaticamente sottovalutati o ridotti a semplici spunte su un foglio Excel.

Questa componente così umana è esplosa soprattutto nei due pomeriggi, grazie agli spettacoli di danza e di teatro: vedere la vulnerabilità e la forza rappresentate sul palco, in mezzo a un festival apparentemente “tecnico”, mi ha sinceramente emozionato. Ha ricordato a tutti che stiamo progettando spazi, edifici, o macchine di qualsiasi tipo, come una routine senza cui le nostre vite sembrerebbero non avere senso: dovremmo invece ripensare la progettazione, che dovrebbe avere come primo obiettivo quello di migliorare le nostre vite, da un punto di vista sicuramente funzionale, non tralasciando però tutti quegli aspetti che rendono le famiglie più salde e unite, le persone meno fragili, l’ambiente meno vulnerabile!

3. La “massa critica” e il paradosso del volo: un bagno di realtà

Mentre cammini tra i padiglioni, un dubbio è legittimo: il NEB è il frutto di un disegno perfettamente architettato dall’alto, dalla gente che ha il potere? Forse sì, potrebbe essere un modo affinchè chi è al potere possa affermare che riesca a empatizzare e a essere accondiscendente con quella massa critica sempre minore che però comunque porta “voti”. Eppure, la realtà interna è diversa: le persone che vi partecipano sono animate da sentimenti autentici, perlomeno così mi è sembrato.

Siamo una massa critica ancora troppo piccola? Probabilmente sì. Fuori da quella bolla di Bruxelles c’è una classe politica che spesso sembra una razza da evitare, e una distesa di persone comuni completamente addormentate, ipnotizzate dagli smartphone e da bisogni fittizi che siamo stati dei campioni a inventare. Sapere che, seppur pochi, esistono professionisti che vogliono un mondo più equo, giusto e bello, è un enorme sollievo.

Tuttavia, il festival ti costringe anche a guardarti allo specchio. L’ultimo giorno ho partecipato al workshop “Che NEB sei?” che mi ha dato la possibilità di conoscere varie persone, come l’anno scorso, sempre al NEB, sempre a Bruxelles. Alla domanda sulla sostenibilità, ho risposto istintivamente declinandola nell’uso di mezzi di trasporto a basso impatto ambientale (in primis la bicicletta) di cui faccio uso quotidianamente. La domanda dell’interlocutore che era con me nel gruppo appena formatosi è stata immediata, quasi disarmante: “E come sei venuto qui a Bruxelles?”. “In aereo”, ho dovuto rispondere.

È il grande paradosso della nostra epoca. Probabilmente ogni pilastro del NEB inizia e finisce con cortocircuiti di questo tipo, conflitti tra l’ideale e il reale con cui dobbiamo fare i conti. Ma la terza e ultima domanda del workshop ha rimesso a posto i pezzi, chiedendoci cosa significasse lavorare con l’anima. Ed è esattamente questo il punto: nonostante le contraddizioni e la fatica di svegliare un mondo distratto, c’è chi sceglie ancora di mettere l’anima dentro quello che progetta, di anteporre i propri valori agli interessi economici, rinunciando anche ed eventualmente a qualche proposta, seppur allettante. Il che secondo me, fa la differenza!

New European Bauhaus NEB 2026

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